Maschicidio silenzioso o parricidio silenzioso? Due volti della stessa violenza

Intervista alla Dott.ssa Barbara Benedettelli

Barbara Benedettelli

1) come è nata l’idea di scrivere il libro il maschicidio silenzioso?

Lo scorso novembre il direttore de Il Giornale mi ha chiesto di scrivere un articolo che, riguardo alla violenza domestica, tenesse conto anche di quella che colpisce gli uomini. Nel fare ricerca per quell’articolo ho sentito la necessità di approfondire ed è nato il pamphlet. Io stessa, che da tempo mi occupo di violenza contro le donne, mi sono resa conto che spesso la mia visione era unidirezionale. E sono rimasta molto colpita da quello che ho trovato.

2) Quali sono i temi trattati nel suo libro?

Il pamphlet cerca di inquadrare un fenomeno complesso e delicato che tocca molti lati della vita delle persone, della coppia e della famiglia. Per ragioni di spazio non ho potuto toccarli tutti – cosa che farò con il libro in uscita in libreria tra ottobre e novembre – ma ho cercato di scardinare quello che, specie nel nostro paese, è un tabù. Il testo non nega il femminicidio, ma spiega la nascita del termine e la ragione, e aggiunge un frammento che non può essere più negato: la violenza contro gli uomini da parte delle donne che dicono di amarli esiste. E non è solo psicologica, come siamo portati a pensare. Se la parola femminicidio è entrata ormai a far parte del lessico comune per descrivere un fenomeno che riguarda le donne, dobbiamo, per onestà intellettuale e senso della realtà, coniare anche un termine simile per descrivere il fenomeno contrario, ma speculare e interconnesso, che riguarda gli uomini. Termini che servono a inquadrare i fenomeni, a dare ad essi dei confini utili a riconoscerli sia da parte della gente comune sia soprattutto sul piano scientifico, sociologico, criminologico e politico. La visione unilaterale e unidimensionale di un insieme non è mai risolutiva. Può anzi, anche a causa di un’estensione smisurata di un lato soltanto, deformare l’intera realtà. Se non guardiamo la realtà a 360° non possiamo trovare la via per evitare la mattanza quotidiana che avviene all’interno delle nostre relazioni più importanti. Non possiamo aiutare gli uomini in difficoltà ma nemmeno le donne. Il testo dimostra con dati e fatti non solo che la violenza contro gli uomini esiste ed è altrettanto cruenta, dolorosa e odiosa, ma che spesso le donne non sono solo incolpevoli vittime.

3) Vittime di serie A e vittime di Serie B, esiste un minore appeal mediatico dell’Uomo che subisce violenza?

Ni. Nel senso che i media condizionano il pensiero comune ma sono anche condizionati da ciò che emerge dalla società con maggiore forza. E’ come un gatto che si morde la coda. Gli uomini non escono facilmente allo scoperto, difficilmente portano la loro testimonianza e non ci sono movimenti che si battono per le loro ragioni in grado di avere forza politica e mediatica. Le donne a un certo punto sono state capaci di unirsi in una battaglia per i loro diritti e hanno chiesto aiuto al sesso opposto per condannare coloro che perpetrano la violenza. La condanna alla violenza contro le donne non è dunque più solo delle donne stesse, è comune. Anche per questo negli ultimi anni ha assunto molta forza politica, sociale e mediatica. Credo che dovrebbe avvenire lo stesso per il fenomeno contrario. E dobbiamo uscire dall’idea comune che l’una è sempre vittima e l’altro sempre carnefice.

4) Noi padri separati siamo costantemente vittime di molte madri che usano i figli per perpetrare una forma di violenza molto subdola perché non lascia ferite fisiche. Quanto incidono a suo parere, i media nella lotta alla violenza di genere?

I media sono importanti perchè veicolano le informazioni che poi, specie quando vanno tutte nella stessa direzione, agiscono sul pensiero comune e anche sulla politica. Un pamphlet come il Maschicidio Silenzioso, per esempio, uscito con un quotidiano nazionale e a un costo basso, può arrivare a un grande numero di persone che sono poi costrette a fare i conti con una realtà inimmaginabile. Io stessa quando ho cominciato a fare ricerca sul fenomeno sono stata costretta, a livello individuale, a fare un esame di coscienza: in quanto donna mi sono sempre sentita vittima, ma se allargo lo sguardo oltre il pregiudizio posso vedere le mie responsabilità. Posso vedere la “carnefice” che c’è in me e in ognuno di noi. Ecco, questo fanno i media quando danno informazioni che siano in tendenza o in contro tendenza come in questo caso. Ti obbligano a guardare la realtà da un altro punto di vista e a porti degli interrogativi. Questo è stato fatto con la violenza contro le donne. I movimenti hanno usato i media per veicolare le loro istanze. E’ ora vi facciate sentire, ma dovete avere la capacità che le donne hanno avuto di unirvi tra di voi, tra associazioni e di chiedere aiuto anche all’altro sesso. E poi, lo dico sia agli uni che alle altre, basta con le generalizzazioni. Le madri non sono tutte iene così come i padri non sono tutti bastardi. Coloro che lo sono devono essere stigmatizzati, ma smettiamo da una parte e dall’altra di fare di tutta l’erba un fascio.

5) Cosa consiglierebbe a noi padri separati per far emergere quel “sommerso di dolore” di cui nessuno parla, nonostante sia un fenomeno che riguarda un numero impressionante di persone?

Dovete voi per primi parlarne. Spesso gli uomini hanno paura, a causa dello stereotipo che li vuole sempre forti e virili, di essere giudicati negativamente o addirittura derisi se parlano dei loro sentimenti, delle loro fragilità, delle loro debolezze e del loro dolore. Qualità considerate femminili e invece semplicemente umane. Non basta accusare. Credo dobbiate parlare a cuore aperto di ciò che avete dentro. Ma ci tengo a dire che anche gli uomini strumentalizzano i figli nelle battaglie di separazione. Come ci sono donne che senza scrupoli e senza la capacità di amare per davvero usano i figli per ottenere denaro o per ferire un compagno che le ha lasciate, ci sono uomini che per non dare denaro neanche per i figli o per ferire le compagne, i figli li usano fino al punto di farli portare via dai servizi sociali. Le vere vittime allora chi sono? I figli. Io non ho la ricetta per risolvere il problema, mi piacerebbe ma non ce l’ho. Sono semplicemente una divulgatrice. Ma credo che tutti noi, uomini e donne, dovremmo cominciare ad essere più umani. Dovremmo imparare a guardarci dentro con maggiore onesta e meno egoismo. A metterci intorno a un tavolo con la bandiera bianca alzata per cercare una soluzione che ci permetta di vivere insieme senza farci male. E senza fare male soprattutto ai nostri bambini. Che non sono oggetti da possedere, lame affilate da usare, o pallottole d’argento ( di cui parlo nel pamphlet) ma piccoli meravigliosi esseri umani che hanno il diritto di crescere con l’idea che anche se mamma e papà non si amano più, non smetteranno mai di amare, per davvero, loro.

Ma cosa vuol dire amare per davvero?