La verita’, vi prego sulla PAS.

La PAS (Parental Alienation Syndrome) – Il pericolo dell’alienazione

La PAS è stata concettualizzata dallo psichiatra Richard Gardner della Columbia University di New York negli anni 80, mentre è stata ripresa in Italia da Gulotta e Buzzi alla fine degli anni 90. La PAS si caratterizza per un immotivato rifiuto di un figlio a mantenere i rapporti di legame con il genitore non affidatario (o non collocatario)[1]. Inizia e viene mantenuta dal genitore affidatario, il quale effettua una serie di interventi programmati con il fine di “demolire” l’altro genitore per raggiungere lo scopo di distruggere la relazione tra quest’ultimo e il proprio figlio. Lo scopo che il genitore affidatario si prefigge, dunque, è quello di minare fortemente le relazioni affettive tra genitore non affidatario e figli; il genitore affidatario, per ottenere il suo scopo, attua una vera e propria campagna denigratoria nei confronti dell’ex coniuge, convincendo i figli che il suo ex marito ( o moglie, in caso di affidamento al padre) è un cattivo genitore.

Per poter dare una definizione di sindrome di alienazione genitoriale non è però sufficiente che uno dei due genitori compia una campagna denigratoria nei confronti dell’altro.

In realtà questo comportamento può essere la causa che determina la PAS ma la sindrome in quanto tale deve essere necessariamente riferita ad una serie di sintomi che riguardano il soggetto coinvolto, e dunque il minore. La PAS è infatti una sindrome del minore.

Il dott. Gardner ipotizzava che per essere in presenza di un quadro compatibile con la sindrome dovessero sussistere due condizioni: un genitore doveva essere alienante rispetto all’altro, ossia avere dei comportamenti che tendono ad allontanare l’altro genitore, sia effettivi che psicologici, e il bambino doveva essere allineato con la visione del genitore.

Non è dunque sufficiente che un genitore metta in atto diversi comportamenti con l’intento di alienare l’altro, svalutarlo, screditarlo etc. per decretare la presenza della PAS ma il bambino deve essere allineato al suo pensiero, cioè deve tendere ad allontanare il genitore alienato.

Non diciamo che non si tratta di comportamenti gravi in ogni caso; bisogna sempre riflettere sulle conseguenze psicologiche che su un minore può avere trovarsi alla presenza di un genitore che tenta di screditare l’altro di continuo, è però importante sottolineare che in assenza dell’adesione del minore non si può parlare di PAS. A tal proposito è d’obbligo però far notare che quando un genitore affidatario (ossia il genitore con cui si trascorre la maggior parte del tempo) mette in atto i comportamenti sopra descritti su minorenni spesso al di sotto dell’età puberale è molto difficile che i suddetti minorenni non ne siano affatto influenzati.

Per questo motivo riteniamo che i comportamenti alienanti da parte di un genitore nei confronti dell’altro siano sempre da valutare attentamente e da condannare, a prescindere dall’adesione o meno del minore.

Le vicende scientifiche legate alla PAS non ne hanno consentito una vera e propria autenticazione; i manuali diagnostici abitualmente in uso non la comprendono tra le sindromi note, nonostante spesso si sia tentato di introdurla. Per questo motivo  i giudici, in ambito di affidamento di minori, non possono farvi direttamente cenno.

In Italia, sia  in ambito psicologico che giuridico, ci si sta ultimamente confrontando con la Sindrome di alienazione parentale ma mancano studi adeguati a riguardo.

Dalle poche indagini effettuate emerge una tendenza “perversa” del genitore collocatario ad allontanare l’altro genitore. Dal momento che il genitore collocatario, pur in presenza di un affidamento condiviso, è nella maggior parte dei casi la madre (sempre che non sussistano ulteriori problematiche legate alla figura materna), viene da sé che i padri vengono sovente allontanati, si direttamente che indirettamente, dalla vita dei figli (Zoppellari 2002/2003). Quel che è a rischio è dunque il diritto alla bigenitorialità dei figli e, in particolar modo, la possibilità che questi abbiano rapporti frequenti, diretti e non influenzati da rancori non risolti di coppia, con la figura paterna che è, per sua stessa natura, di primaria importanza per lo sviluppo affettivo.

Ma, al di là dei già citati rancori dovuti ad una separazione dolorosa, cosa induce un genitore ad alienare l’altro? Possono esserci desideri di vendetta e di autoaffermazione ma non è solo questa la spiegazione, se di spiegazione si può parlare.

Questi genitori, generalmente, sono persone immature ed estremamente vulnerabili, che verosimilmente non hanno saputo raggiungere una indipendenza dagli altri, che hanno un grande bisogno di agire la rabbia e l’odio verso ex coniuge e che temono, a loro volta, di perdere l’affetto dei figli se questo affetto non è “tutto per sè”. Con il loro comportamento alienante non fanno altro che palesare la loro bassa autostima, la loro insicurezza e il non avvenuto “divorzio psichico” nei confronti del partner. Inoltre, in casi in cui la separazione sia stata molto dolorosa, può avvenire che il desiderio di allontanare l’ex partner dalla propria vita non riesca a concepire la necessità di non allontanarlo dalla vita dei figli.

A tal proposito osiamo dire che anche per separarsi occorre maturità ed evoluzione psichica, soprattutto in presenza di figli minorenni che inevitabilmente sono coinvolti, loro malgrado nella separazione. Occorre essere in grado di distinguere “chi si separa da chi” e non lasciarsi sopraffare da sentimenti irrisolti.

[1]Sappiamo infatti che il genitore con cui i bambini vivono può essere l’affidatario ma anche semplicemente il collocatario: in presenza di un affidamento condiviso, infatti, i bambini possono essere collocati a vivere con uno dei due genitori per ragioni di praticità e per una loro maggiore tutela, ma entrambi i genitori godono della potestà genitoriale.

 

Dott.ssa Barbara Paldino

 

Psicologa Specializzata in Psicoterapia della Gestalt ad indirizzo fenomenologico esistenziale. Specializzata altresì in Psicologia Giuridica e Psicopatologia Forense, opera anche in qualità di consulente tecnico di parte.
Per anni ha collaborato con la cattedra di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione della Prof.ssa Maria D’Alessio, dell’Università La Sapienza di Roma (Facoltà di Psicologia).
Lavora come libera professionista a Roma e offre consulenze, sostegno psicologico e percorsi di psicoterapia individuale e di gruppo con adulti e adolescenti, nonché percorsi di coppia e familiari.

email: barbarapaldino.psico@gmail.com

 

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